© Silvia Piredda 2018

Quando il senso comune non è sufficiente


Nonostante l'ovvio valore del senso comune come modo per comprendere e modificare atteggiamenti e comportamento, siamo tutti consapevoli dei suoi limiti: il senso comune non è riuscito a dare spiegazioni plausibili per disturbi emotivi complessi.

Prendiamo, per esempio, l'enigma della depressione: una paziente depressa che aveva sempre avuto un grande interesse per la vita, una grande fiducia in se stessa e in ciò che aveva raggiunto, e che si era occupata dei suoi figli con grande amore e affetto, divenne asociale e perse interesse in ogni cosa che precedentemente la motivava. Si ritirò in un guscio, smise di interessarsi dei bambini e cominciò a sviluppare pensieri autocritici e desideri di morte. A un certo punto le venne anche in mente un piano per uccidersi insieme ai suoi figli, ma fu fermata prima che potesse attuarlo.

Come può il senso comune spiegare il cambiamento così evidente di questa donna rispetto al suo essere normale?

Come gli altri pazienti depressi, anche lei sembra violare i più basilari principi della natura umana. I suoi desideri di suicidio e la volontà di uccidere i suoi figli contraddicono degli istinti universalmente ammessi, quello di sopravvivenza e quello materno.

Il ritiro e gli autorimproveri sono un'evidente contraddizione di un altro canone universale del comportamento umano: il principio del piacere. Il senso comune non è in grado di capire...le componenti della sua depressione.

A volte la profonda sofferenza e la chiusura della paziente è spiegata in termini convenzionali come "Sta solo cercando di attirare l'attenzione su di sè". L'idea che una persona torturi se stessa fino al punto di suicidarsi per la dubbia soddisfazione di attirare l'attenzione...urta contro il senso comune.

Per capire perchè la madre depressa vuole mettere fine alla propria vita e a quella dei suoi figli dobbiamo cercare di penetrare il suo modo di pensare e vedere il mondo attraverso i suoi occhi...
Questo è il primo passo della psicoterapia cognitiva.

Il modo di pensare della paziente depressa era influenzato da idee erronee su se stessa e sul mondo. Malgrado la realtà dimostrasse il contrario, riteneva di essere stata una madre disastrosa. ...Pensava di non poter cambiare, ma solo peggiorare. Dal momento che attribuiva i suoi presunti fallimenti solo a se stessa, si tormentava continuamente con autorimproveri.

Se poi pensava al futuro, si aspettava che i suoi figli sarebbero stati infelici come lei. Arrovellandosi alla ricerca di una soluzione, aveva deciso che, dal momento che non c'era possibilità di cambiare, la sola via d'uscita era il suicidio. Successivamente, l'idea che la opprimeva era che i suoi bambini sarebbero rimasti senza madre...Di conseguenza, decise che per risparmiare loro l'infelicità estrema che lei stessa stava sperimentando, doveva mettere fine anche alla loro vita.

Questi pensieri depressivi possono colpirci per la loro estrema irrazionalità, ma hanno una logica se inquadrati nelle concezioni della paziente. Infatti se ammettiamo (sebbene sia falsa) la sua premessa di base, e cioè che lei e i suoi bambini sono irrevocabilmente rovinati a causa delle sue mancanze, ne segue logicamente che prima la situazione finisce e meglio è per tutti. La sua premessa di base di essere inadeguata e incapace spiega il suo totale ritiro e la perdita di motivazioni. La sua tristezza opprimente nasce dal pensiero che il presente e il futuro sono privi di speranza. (adattato da Principi di Terapia Cognitiva, A. T. Beck, 1976).

Questa paziente è migliorata solo dopo che sono state messe in evidenza le premesse irreali del suo pensiero su se stessa e sul mondo ed è guarita ricostruendo un'immagine positiva di sè con la psicoterapia. La psicoterapia cognitiva ha permesso di ricostruire informazioni fondamentali, come la visione distorta che la paziente aveva di se stessa e del mondo e solo allora è stato possibile applicare gli strumenti del senso comune per risolvere il problema.